Bolzano scomparsa


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Don Giovanni Nicolli

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Don Giovanni Nicolli consolò condannati a morte

C'è ancora a Bolzano chi si ricorda di don Giovanni Nicolli, un prete bonario e corpulento, che si muoveva su una bicicletta nera da donna (indossava sempre una lunga tonaca) sospinta da uno scoppiettante "Cucciolo", il ciclomotore dell'immediato dopoguerra. Don Nicolli, cappellano delle carceri, consolò nelle ultime ore numerosi condannati a morte, e a non pochi riuscì anche a salvare la vita. In questa sua attività si avvalse della complicità nascosta del dottor Konrad Seiler, da Monaco di Baviera, procuratore del nazista "Sondergericht", il tribunale speciale insediato a Bolzano durante il periodo dell'Alpenvorland (zona d'operazione delle Prealpi) dal 1943 al 1945. Si trovava in via Diaz, ove ora sorge un condominio. Don Nicolli era nato a Stenico, in Trentino, nel 1885. Fu cooperatore a Mezzano e Vigolo Vattaro. Dopo il suo trasferimento a Riva del Garda, scoppiò la Grande Guerra e così fu arruolato nell'esercito austriaco come cappellano militare (Feldkurat) dei Kaiserschützen. Per i suoi meriti Vienna lo nominò cavaliere "Piis Meritis". Venne a Bolzano nel 1927 e qui dagli anni Trenta fu ininterrottamente cappellano del carcere. In questa sua funzione accompagnò alla fucilazione, che avveniva al bersaglio di Oltrisarco, Rupert Blasbichler (1939, condannato a morte per omicidio dalla giustizia italiana) e poi i numerosi condannati dal "Sondergericht". A guerra conclusa a don Nicolli fu richiesto dai suoi superiori un diario delle sue esperienze. Il primo caso ricordato dal sacerdote fu quello di Ettore Stenico, da San Michele all'Adige, condannato a morte per aver rubato 70 metri di cavo telefonico di rame della Wehrmacht. Fu in quella occasione che avvenne il primo contatto tra don Nicolli e il dott. Seiler. "Il giorno 26 marzo venne da me Fräulein Kofler, prima segretaria presso il Sondergericht, dicendomi che il dott. Seiler desiderava conferire con me e che mi portassi nel suo ufficio alle ore 11. Fui puntuale all'ora stabilita. Il dott. Seiler mi accolse con gentilezza ma allo stesso tempo con circospezione. Mi comunicò che ormai la fucilazione del povero Stenico era fissata per il 28 marzo". I due uomini si studiano, Nicolli vede in Seiler buona disponibilità al colloquio che - per non destare sospetti - prosegue in un locale della parrocchia in via Macina. Inizia così una lunga serie di contatti semiclandestini in cui Seiler fa il doppio gioco, affiancandosi a don Nicolli nel tentativo di salvare condannati. Gli comunica le vie da seguire per ottenere la grazia, che veniva erogata da un "ministero della giustizia" ospitato nell'edificio delle Suore Marcelline, si rende complice di false dichiarazioni di infermità mentale, in modo da ricoverare imputati e condannati in manicomio a Pergine, si adopera per scambi di prigionieri, ove non ci sono vie d'uscita don Nicolli trascorre la notte precedente l'esecuzione (che avveniva alle 5 del mattino) accanto al condannato, per consolarlo. Ecco le parole del sacerdote per il caso Stenico: "Viene fatto salire su un camion, io gli sono vicino alla sua sinistra, mentre alla sua destra sta un ufficiale delle SS. Si parte in preghiera e si arriva al vecchio bersaglio in Aslago (…). (Stenico) invoca la Madonna, la mamma, intanto si avvicina un sergentone, comandante del plotone e domanda al collega cosa sta facendo il Pfaff (il prete, detto in tono dispregiativo, ndr). Risponde 'Der Kohlensack tut Ave Maria fluchen (il sacco di carbone bestemmia l'Ave Maria, ndr.)'. Giunta l'ora, due soldati lo prelevano di peso dal camion e lo legano al palo. Io gli raccomando l'anima e gli do ancora l'ultima assoluzione. Una scarica ed è crivellato di pallottole. Slegato, viene messo nella bara già preparata (all'interno, segatura per assorbire il sangue, ndr), si carica sul camion. Salgo pure io fino al cimitero". Seguono i casi di Johann Pfeifer, Francesco Bazzanella, Luigi Dal Santo, Leone De Biasi, Luigi Organo, Richard Reitsamer, Antonio Bosco. I partigiani Armando Bortolotti, Manlio Silvestri e Angelo Peruzzo condannati a Bolzano vengono impiccati in pubblico a Sappada. Poi le fucilazioni a Bolzano di Gastone Franchetti e Giovanni Oettl. Altri sei condannati vennero fucilati in pubblico a Fonzaso. Accanto a questi nomi, nel diario figurano quelli dei condannati che don Nicolli e il procuratore Seiler riuscirono a salvare. E prima di lasciare Bolzano Seiler scrisse a don Nicolli una lettera affettuosa. "Se nonostante tutto ciò è stato possibile salvare così tante persone, questo lo si deve inequivocabilmente a Lei. Lei ha reso praticabile la via delle trattative grazie al Suo personale coraggio, alla Sua accortezza, alle Sue infaticabili insistenze. Lei ha saputo trovare i collegamenti con i partigiani ed avviare lo scambio di chi era in pericolo di vita e di condannati a morte (…). Per il salvataggio di così tante persone, Le si dovrebbe erigere un monumento! L'ha realmente meritato! Sarebbe importante, per le prossime generazioni". A don Nicolli non è stato dedicato a Bolzano nemmeno un vicolo.

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