Bolzano scomparsa


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Elisabetta di Savoia

Personaggi 1

UNA SAVOIA A BOLZANO

Quando si pensa o parla dell’istituto Elisabethinum di Bolzano, il pensiero corre subito all’imperatrice Elisabetta d’Austria, la famosa “principessa Sissi”, consorte di Francesco Giuseppe. Ma non è così. L’istituto reca il nome di una principessa italiana, e precisamente di Elisabetta di Savoia Carignano, sorella di re Carlo Alberto di Sardegna, che visse a lungo a Bolzano ove morì il giorno di Natale del 1856. Fu lei, infatti, a fondare l’istituto che pertanto da lei prese nome, e fu lei a fondare il Rainerum, intitolato al suo consorte, l’arciduca Ranieri d’Asburgo (Rainer Joseph Johann Michael Franz Hieronymus von Habsburg fu fratello dell’imperatore d’Austria Ferdinando I, fu primo viceré del Lombardo-Veneto, cognato di Carlo Alberto di Savoia e suocero di Vittorio Emanuele II perché sua figlia Maria Adelaide aveva sposato Vittorio Emanuele II). La storia di Elisabetta di Savoia fu travagliata. Fu figlia, con il futuro Re di Sardegna, di Carlo Emanuele di Savoia Carignano e Maria Cristina Albertina di Sassonia Curlandia. Però Carlo Emanuele era malvisto presso la corte di Torino, perché sospetto di idee rivoluzionarie; venne tenuto lontano e così la stessa Elisabetta si trovò a vivere vicende travagliate, che non merita qui esporre. Un punto basilare della sua esistenza fu comunque il matrimonio con l’arciduca Ranieri d’Asburgo, che avvenne a Praga nel 1820: un matrimonio politico (gli sposi si conobbero la vigilia delle nozze), visto che l’Austria intendeva legare a sé gli irrequieti Savoia (il Piemonte confinava con l’impero austro-ungarico). Ma Elisabetta era molto bella. Scrisse di lei il principe di Metternich, nelle sue memorie: “Il matrimonio dell’Arciduca Ranieri con la Principessa di Carignano ha avuto luogo oggi. La sposa è meravigliosamente bella. E’ alta una mezza testa più di me, cosa che non le impedisce di avere un aspetto grazioso. Il volto è improntato a notevole nobiltà”. Le magnifica gli occhi, il naso, la bocca, perfino i denti, ma afferma che non ha charme. La bellezza e la dolcezza di Elisabetta fecero sì che un matrimonio politico si trasformasse in matrimonio d’amore: ebbero otto figli.
All’epoca l’arciduca Ranieri era già viceré del Lombardo-Veneto e così Elisabetta divenne viceregina. Ma non fu una posizione di grande prestigio. Anzitutto l’imperatore non concedeva alcuno spazio all’azione del viceré, la cui funzione era pertanto meramente rappresentativa. Poi c’è da aggiungere che la corte asburgica a Milano non era ben vista. Anzi, addirittura snobbata. Waldimaro Fiorentino in “
Alto Adige e Savoia” (Ed. Catinaccio, 2007) scrive che l’aristocrazia milanese non poteva perdonare a lei, principessa di casa Savoia, d’avere sposato uno degli oppressori. “Dal canto loro, le donne milanesi non facevano mistero della loro antipatia: disertavano in massa le feste ed i ricevimenti offerti dalla Corte; ed anche quelle dame che frequentavano i saloni della Viceregina, lo facevano più per curiosità e desiderio di distrarsi che per sentimento di devozione a Casa d’Austria”. Impietosamente di lei Giovanni Berchet (“Rimorso”) scrisse: “Se un ignaro domanda al vicino – chi sia mai quella mesta pensosa – che sui ricci del biondo bambino – la bellissima faccia riposa, - cento voci risposta gli fanno, - cento schermi gl’insegnano il ver: - E’ la donna del nostro tiranno, - E’ la sposa dell’uomo stranier”. Venne il 1848, Milano fu percorsa da tumulti antiaustriaci soffocati dal generale Radetzky, Ranieri ed Elisabetta fuggirono a Bolzano e qui restarono: per loro a Milano non c’era più posto. Il nuovo imperatore Francesco Giuseppe non li volle a Vienna, e così la coppia visse nella nostra piccola città. Qui Ranieri morì sette anni dopo, ed Elisabetta restò sola. In Atesia Augusta (1940), rivista che appariva a Bolzano in epoca fascista (1939/1941) si legge: “Per l’Arciduchessa Elisabetta gli anni della dimora in Bolzano furono i più tristi della sua travagliata esistenza. Trascurata dai figli e dalla corte imperiale per la sua origine sabauda, visse sempre appartata, chiusa nel suo doloroso raccoglimento, tutta intenta a pie letture e ad opere di carità”. S’impegnò tra l’altro nell’assistenza alle giovani. A Milano aveva aperto ben cinque asili. A Bolzano “dette vita ad una pia opera che aveva come scopo quello di educare ed assistere le fanciulle bisognose”, per educarle ed impegnarle come future donne di servizio. Nel 1851 acquistò un edificio in via della Roggia, ove ospitarle, e vi aggiunse un laboratorio per le interne e per le esterne. A Elisabetta si accredita anche l’istituzione del Rainerum, per l’assistenza ai ragazzi bisognosi. Morto suo fratello Re Carlo Alberto (1849), morta sua madre Maria Adelaide Regina di Sardegna (1855), dimenticata dal mondo, Elisabetta si chiuse sempre più in se stessa. Il 23 dicembre 1856 si recò nell’istituto di via della Roggia per aiutare le sue assistite a fare l’albero di Natale, due giorni dopo – Natale – morì. La Bozner Zeitung del 31 dicembre uscì con la prima pagina listata a lutto, esprimendo il dolore della popolazione (la comunità italiana annunciò una cerimonia funebre a parte), elargendo informazioni, diffondendosi in particolari anche macabri: durante l’autopsia si accertò che Elisabetta era morta di un cancro che le aveva devastato polmoni e fegato. Fu imbalsamata, ma il cuore (risultato ipertrofico) fu racchiuso in una teca d’argento, le viscere in una teca di rame. Lunghi e complessi i riti funebri, cui assistettero anche i figli arciduchi Leopoldo, Sigismondo, Ranieri, Enrico ed Ernesto, che si ricordarono finalmente di lei e giunsero da Vienna via Venezia (la ferrovia del Brennero non era stata ancora costruita). La tumulazione avvenne nell’ambulacro del duomo, dietro l’altar maggiore, ove già si trovava la pietra tombale del suo consorte, l’Arciduca Ranieri. L’istituto di via della Roggia fu intitolato (1882) ad Elisabetta, e il nome rimase anche quando fu trasferito (1902) in via Castel Roncolo, ove oggi si trova. Una postilla: durante la loro presenza a Bolzano Ranieri ed Elisabetta abitarono in quello che oggi si chiama palazzo Campofranco. Il suo nome gli venne dal fatto che un figlio della coppia principesca, Enrico, ebbe come figlia Maria Raniera che andò a sua volta sposa ad un nobile siciliano anch’egli di nome Enrico, principe di Campofranco. Maria Raniera morì a Gries nel 1936. La via che passava davanti a palazzo Campofranco in epoca asburgica era intitolata all’arciduca Ranieri (Erzherzog-Rainer-straße). Poi divenne via Principe di Piemonte, in onore dell’erede al trono dei Savoia. Oggi, molto più prosaicamente, si chiama via della Mostra.

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