Bolzano scomparsa


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I Dableiber

Persone

August Pichler

Nel molto parlare e scrivere che si fa sulle opzioni si piangono lacrime su quanti se ne andarono, senza spendere una parola per quelle che sono state probabilmente le vere vittime: i “Dableiber”, quelli cioè che sono rimasti. Nella follia collettiva che s’era estesa alla gran parte dei sudtirolesi, suggestionati dalla propaganda nazista (optò per la Germania perfino il vescovo di Bressanone mons. Geisler) la popolazione di lingua tedesca considerò positivamente il trasferimento in Germania: oltretutto il Reich era vicinissimo, al Brennero. Quello di sottrarsi all’opera snazionalizzatrice del fascismo divenne un imperativo diffuso, al punto che quanti optarono per restare, ossia per l’Italia, furono giudicati da molti alla stregua di veri e propri traditori. Durante l’occupazione nazista furono pertanto anche perseguitati, picchiati, e non pochi furono internati in campo di concentramento. E’ interessante annotare che la stampa italiana fu inizialmente assai reticente sulle opzioni, al punto che il 13 luglio 1939 la
Provincia di Bolzano titolò: “L’allontanamento degli stranieri dall’Alto Adige in un provvedimento motivato da ragioni politico-militari”. Si citano in particolare inglesi, francesi e svizzeri, cioè “la camarilla demo-ebraica che nel furore della propria impotenza drizza contro l’infrangibile asse d’acciaio le freccie (sic) velenose dell’inganno e della frode”. Ma tre giorni dopo il giornale esce allo scoperto e ammette: “Sì, è stato veramente concordato un ordinato trasferimento di allogeni dall'Alto Adige verso la Germania. Non se ne è parlato prima in Italia, per discrezione. Oggi, che la stampa berlinese ne parla (...) è necessario parlarne anche in Italia. Non si tratta di alcuna espulsione di allogeni, ma soltanto di un tranquillo esodo che avviene sulla base di limpidi ed amichevoli accordi intervenuti fra il Governo di Roma e di Berlino, che rispettano il desiderio nazionale degli interessati (...). II suo scopo evidente è quello di confermare nei secoli la pace e la solidarietà fra l’Italia e la Germania sul Brennero, liberandole dal peso, sia pure insignificante, di piccole questioni nazionali che avrebbero potuto affiorare in qualche momento”. Il termine per le opzioni scadde il 31 dicembre del ’39, e il giornale di Bolzano due giorni dopo annotò: “Ieri sera, (al Circolo ufficiali), ha avuto luogo un pranzo seguito da un ricevimento, al quale hanno preso parte, oltre tutti i rappresentanti della Delegazione germanica, il Sottosegretario di Stato all’Interno, i Prefetti e i Federali di Bolzano e Trento, nonché le autorità civili e militari della Provincia (...). All’ingresso, nella sala dei trattenimenti (...) l’orchestrina ha intonato gli inni germanici e italiani, salutati romanamente. Indi hanno avuto inizio le danze, che si sono protratte animatissime fino alla mezzanotte”. Ballano i capi, proseguono i guai per “Geher” (ossia gli optanti) e “Dableiber”. I primi furono complessivamente 185.365: 166.488 in provincia di Bolzano, 16.572 nelle province di Trento, Udine e Belluno, tra i residenti in altre province del Regno 2.305 (La Provincia di Bolzano 4/1/1940). Ma quelli che effettivamente partirono, furono “solo” 75.000.
A questo punto mentre i “Geher” si trovarono ad affrontare i problemi di una nuova sistemazione in terre sconosciute, il dramma dei “Dableiber” crebbe, perché si incominciò a spargere la voce di loro possibili trasferimenti in altre province italiane, se non addirittura nelle colonie. Bisogna correre ai ripari, e Mussolini convoca a Roma un centinaio di eminenti personalità sudtirolesi per rassicurarle. Non solo. Fa pubblicare anche una sua lettera autografa nella quale scrive:
La vostra coscienza, vi ha dettato la decisione di rimanere cittadini italiani, decisione che mi è, naturalmente, molto gradita. Ora accade che qualche voce si faccia ancora clandestinamente circolare sulla sorte che attenderebbe coloro i quali hanno deciso di conservare la loro cittadinanza italiana. Ho voluto convocarvi qui per farvi nella maniera più esplicita e solenne questa dichiarazione. Voi rimarrete tranquillamente nelle vostre residenze abituali continuando nelle vostre occupazioni consuete e nessuno ha mai pensato o penserà di allontanarvi dalle vostre case, per mandarvi in altre parti del Regno o dell'Impero. Queste mie dichiarazioni sono dirette alla vostra intelligenza e al vostro cuore. Ad esse sarà data la necessaria diffusione nella vostra terra, poiché rappresentano una categorica affermazione che, come sempre accade nella politica del Governo fascista, i fatti pienamente confermeranno”. (...) “Il Governo fascista continuerà a fare tutto i! possibile per assicurare alle fedeli e leali popolazioni dell'Alto Adige, tranquillità, ordine e benessere”. Sono cinque pagine scritte a grandi e nervosi caratteri che furono conservate nel museo civico di Bolzano (Atesia Augusta ottobre 1940). Questa volta Mussolini fu di parola.
Poi venne il 9 settembre 1943 e la situazione precipitò. In Germania, Boemia dove gli optanti furono trasferiti, questi si trovarono chi bene, chi male. Un caso: un optante di nome Valentinotti trasferito nel vicino Tirolo fu udito dire:
“Per me l’esodo degli altoatesini è la più grande infamia che sia mai esistita. Se potessi tornerei in ginocchio in Alto Adige”. Le sue parole furono riferite alle autorità germaniche da un delatore di nome Pollinger, e così l’optante Valentinotti fu processato a Berlino e giustiziato. Il Pollinger nel dopoguerra fu condannato per la sua delazione a sei anni dal tribunale di Innsbruck (Alto Adige 17/8/1946).
Tra i “Dableiber” eminenti vi furono il canonico Michael Gamper, Friedl Volgger (futuro deputato e direttore del
Dolomiten), Erich Amonn (futuro presidente della S.V.P.), Josef Raffeiner (futuro senatore S.V.P.), Rudolf Posch (direttore della stampa cattolica). Un quadro esauriente scaturisce dalla vicenda del “Dableiber” avv. August Pichler (“Condividerò la sorte della mia terra”, G.Pallaver e L.Steurer, Raetia 1998), che narra tra l’altro le violenze dei filonazisti durante il periodo delle opzioni: “Alle loro minacce ed angherie erano esposti soprattutto gli attivisti dei Dableiber, insultati, cacciati dai villaggi e percossi. Un destino a cui non poté sottrarsi nemmeno August Pichler, quando giunto a Lazfons per spiegare alla popolazione le ragioni dei Dableiber, fu preso dai fanatici del V.K.S. (Völkischer Kampfring Südtirol) che, per dargli una lezione, lo buttarono in una fontana”. Nella notte dell’8 settembre 1943, subito dopo la presa del potere da parte delle truppe germaniche, August Pichler salì a Nova Ponente per raggiungere la famiglia che vi era sfollata e poi fuggire. Il giorno 9 si presentarono al maso che l’ospitava (ne era proprietario il “Dableiber” Alois Hofer) due militari germanici e due sudtirolesi della S.O.D. per arrestarlo, ma Hofer lo fece fuggire dal retro. L’avvocato Pichler raggiunse il Trentino ove soggiornò per mesi (Capriana, Pera, Trento) e dove i suoi amici gli organizzarono la fuga in Svizzera attraverso Domodossola. Invece altri “Dableiber” come Friedl Volgger e Rudolf Posch furono internati a Dachau, Josef Raffeiner fu arrestato dalla Gestapo, altri furono non solo internati ma anche uccisi, come testimoniano le cronache giudiziarie dell’immediato dopoguerra. Insomma, si parla e scrive molto del dramma degli optanti; si dimentica invece il calvario di quanti ebbero il coraggio di restare. Una postilla: August Pichler, personalità eminente del mondo sudtirolese, fu invitato a partecipare alla fondazione della S.V.P., ma si rifiutò. Avrebbe preferito un partito cristiano-sociale, non un partito di raccolta in cui avrebbe visto confluire i suoi persecutori.

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