Bolzano scomparsa


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Il Capitano Ugo Morini

Persone

DALLE AMBE ABISSINE ALLA STEPPA RUSSA

Si vanno lentamente diradando e spegnendo le testimonianze degli anni più difficili, quelli della guerra, quando anche gli altoatesini, a migliaia, furono spinti per le vie del mondo a combattere, a morire. I ricordi impallidiscono progressivamente, e in qualche cassetto sopravvivono vecchie fotografie che – troppo spesso – per i sopravvissuti perdono lentamente di significato. Eppure....
Il bolzanino Ugo Morini era un tipico frutto di quei tempi: era maestro, ma fece la guerra d’Abissinia e la seconda guerra mondiale in Russia, ove fu fatto prigioniero. Era maestro, e questo in un periodo in cui gli insegnanti educavano i loro scolari a sentimenti forti e guerreschi. Il maestro Morini non si limitò ad incitare gli altri: ci andò. Tra il 1936 e il 1937 al comando di un reparto di truppe indigene (gli ascari, come anche Indro Montanelli) percorse gli itinerari più difficili e suggestivi in Abissinia, costruì strade e ponti, subì imboscate, rastrellò zone impervie. Il sottotenente e poi capitano Ugo Morini tenne un diario nel quale si avvicendano località sconosciute (Graua, Uadi Gobelli, Amhara, Cercer, Mildab ecc.) teatro di incredibili esperienze umane. “
Un giorno scesero da Galditi alcuni feriti, portati su barelle. ‘Come stai?’ chiesi, dopo una medicazione subìta, a un muntaz, che aveva un polmone perforato da una pallottola. ‘Bene, signor tenente’. Due giorni dopo alla stessa mia domanda rispose: ‘Meglio, signor tenente. Grazie’. E dopo pochi minuti spirava”. Indigeni che parlavano l’italiano, ma al suo primo arrivo in Africa a Morini affiancarono un interprete ex-ascari, mutilato di un braccio, che aveva combattuto ad Adua nel 1896. Contatti umani inattesi, che dicono molto sulla generosità dell’ancora tenente Morini: “Sull’imbrunire si presentano due galla quasi nudi, armati di lance che ci offrono in regalo uno zebù. Noi lo paghiamo e poi glielo restituiamo, perché gli ascari hanno ancora della carne del giorno precedente. Stupore di questi galla che non possono supporre in noi tanta generosità, abituati come sono alle razzie”. Il bersagliere Ugo Morini rimpatria sul finire del ’37, torna alla sua cattedra di maestro, ma riparte qualche anno dopo per la Russia, arruolato nella Tridentina, stavolta come alpino. Podgornoje, Sceliakino (“Al ponte di Sceliakino appostiamo due pezzi 47/32 contro i carri che vediamo scorrazzare nella piana davanti al paese. Spara lo stesso tenente Golbiati, colpisce i carri, ma le granate perforanti non perforano i T34 russi”), Wawarowka (“In breve attorno a noi si accendono mischie; l’aria viene stracciata dalle granate anticarro nostre e russe, scoppiano le bombe a mano, crepitano le mitragliatrici e la fucileria, si odono comandi urlati per sovrastare il frastuono delle armi, urla di dolore ed invocazioni di aiuto. La lotta atroce si svolge alla luce abbagliante delle isbe incendiate”), Ossadischij, la ritirata, l’accerchiamento, la cattura (“Ero congelato e non riuscii più a rimettermi gli scarponi. Allora invitai i compagni ad allontanarsi rapidamente, ma prima di averli convinti, giunse al galoppo una pattuglia di cosacchi che ci catturò. Debbo dire che furono abbastanza gentili, perché, dopo aver voluto i nostri orologi e le nostre penne stilografiche, uno di essi si allontanò e ritornò poco dopo per caricarmi su di una slitta”) . I prigionieri raggiungono dopo venti giorni Piniuk, al limite del circolo polare artico. “Soffrimmo la sete, la fame, i pidocchi a milioni, compagnia quest’ultima per giorni dei nostri compagni che avevamo visto spegnersi e che ci erano di macabro monito. A Piniuk continuammo per quasi due mesi a morire”. Ma nei ricordi del capitano Morini la speranza non muore: Il popolo russo, non parlo degli asiatici con i quali non sono mai venuto a contatto, è buono, si è dimostrato nei nostri riguardi, specialmente quello nel territorio da noi occupato, generoso e disposto ad una relazione amichevole. Sopratutto dopo che avevano esperimentato l'occupazione dei tedeschi e degli ungheresi. Noi non abbiamo avuto quasi nessun partigiano che ci abbia tormentato. Abbiamo visto delle donne sfidare le ire dei soldati russi, per offrirci un pezzo di pane o una patata, quando passavamo incolonnati e prigionieri per i loro paesi”. Passano tre anni, la guerra finisce, il Ministero della Guerra aveva inviato intanto al Comune di Bolzano un “verbale di irreperibilità”: “L’atto di morte del Capitano Ugo Morini non fu a suo tempo compilato, perché non venne rinvenuta la salma né fu possibile raccogliere le necessarie testimonianze del decesso”. L’Opera nazionale per gli orfani di guerra iscrive nei suoi ruoli i figli Giorgio e Claudio. Ma dopo il marzo 1946 al prigioniero Ugo Morini giunsero le prime lettere dalla sua famiglia (in risposta ad altrettante inviate nel 1945, ma non giunte tempestivamente a destinazione). E finalmente il ritorno, nel luglio del 1946, dopo tre anni e mezzo di prigionia. “Ho superato il freddo intenso, la fame, la terribile sete, e il congelamento dei piedi, il tifo petecchiale, lo scorbuto, la pellagra e l’angoscia di non saper nulla dei miei cari per tre anni. Sono stato fortunato anche, perché, avendo in seguito al tifo petecchiale contratto il morbo di Parkinson nella parte destra del corpo, ho potuto usufruire di una pensione d’invalidità di seconda categoria che, per quanto modesta, ha contribuito a migliorare la situazione economica”. E mentre Ugo Morini combatteva e veniva fatto prigioniero in Russia, suo fratello Walter, carrista, veniva ferito in Africa, a Tobruk, per poi proseguire la sua guerra con la repubblica di Salò (R.S.I.). Questa era l’Italia di allora.


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