Bolzano scomparsa


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Marco Bergamo

Persone

STORIA DI UN SERIAL KILLER

Il 6 agosto del 1992, verso le sei del mattino, due agenti della polizia di Stato, che dopo una notte di ricerche stavano per rientrare in questura, scorsero una Seat Ibiza di color rosso che usciva dal sottopassaggio ferroviario di via Volta. Era targata Bolzano, e la BZ era di colore arancione: una targa ormai desueta. Tra i numeri, ecco il 4 ed ecco il 6 che era stato loro indicato. Gli agenti bloccarono subito l'automobile e informarono via radio la centrale: "L'abbiamo trovato". A bordo c'era un giovanotto con folti baffi spioventi, i documenti lo qualificarono come Marco Bergamo, abitante in via Visitazione 72, ventisei anni compiuti quel giorno stesso. Dal sedile anteriore destro - quello del passeggero - mancavano imbottitura e tappezzeria: erano stati tolti perché insanguinati? Abiti insanguinati anche nel bagagliaio dove si trovavano oltretutto i documenti di Marika Zorzi, una prostituta 18enne di Laives uccisa a coltellate sei ore prima e il cui corpo era stato rinvenuto al secondo tornante della strada del Colle. Dopo averla accoltellata in macchina l'omicida l'aveva scaricata lì. Le rapide indagini della polizia avevano raccolto qualche indizio, un paio di testimonianze, pattuglie erano state sguinzagliate in città e negli immediati dintorni, ed fu così che l'assassino cadde nella trappola. Aveva accoltellato la Zorzi in macchina, in una via dei Piani, s'era liberato del corpo sulla strada del Colle, poi era andato verso Maso Ronco dove aveva smontato e buttato il sedile insanguinato, s'era rassettato un poco, ma era incappato infine nella pattuglia. Era cessata finalmente la carriera di un vero e proprio assassino seriale, di un "serial killer", che aveva impegnato e non poco carabinieri e polizia. Da tempo Bolzano era inquieta: si erano verificati troppi fatti atroci, e non ne era stato individuato l'autore, e sempre s'era trattato di donne sgozzate. Il 7 gennaio di quello stesso anno, il 1992, era stato rinvenuto nel parcheggio di un'area di servizio di via Renon il cadavere insanguinato di una prostituta di 24 anni, Renate Rauch. Il 21 marzo successivo era stata la volta della 18enne Renate Troger, una sbandata di Millan, salita nella notte su una macchina in largo Verdi e trovata morta lungo la statale del Brennero, a Campodazzo. Gli inquirenti andarono indietro nel tempo e ripresero in mano il faldone relativo a Marcella Casagrande, una ragazzina acqua e sapone di 15 anni pugnalata a morte in casa sua il 3 gennaio 1985. Viveva in prossimità dell'abitazione di Marco Bergamo. E sei mesi dopo il 26 giugno, era stata accoltellata a morte un'ex insegnante delle scuole "Foscolo" di 41 anni, Annamaria Cipolletti, che si era data alla prostituzione: riceveva in un monolocale di via Brennero 149. Dei cinque casi si fece un fascio unico anche se Marco Bergamo aveva ammesso e descritto la sua responsabilità solo nei casi Zorzi, Rauch e Casagrande. I casi Troger e Cipolletti cioè furono associati per evidenti affinità, cinque episodi in tutto quindi, mentre non si ritenne di ascrivere al Bergamo anche l'uccisione, sempre a coltellate o pugnalate, della prostituta Anna Maria Ropele (8 gennaio 1992), avvenuta nella sua abitazione a Trento, né della turista fiorentina Adele Barsi uccisa nei pressi di Brunico mentre passeggiava solitaria il 20 luglio 1984. Due casi, questi ultimi, tuttora insoluti.
Le cronache di quel 1992 non mancarono di descrivere particolari agghiaccianti, dando progressivamente corpo alla personalità complessa di un giovane perseguitato da turbe sessuali: feticista, esibizionista, consumatore di stampa pornografica, con problemi di impotenza. Una personalità la cui indagine in Corte d'assise fu affidata dalle parti a quattro periti, che giunsero tutti a conclusioni diverse. Il presidente Martinolli decise allora di incaricare di una superperizia tre luminari, i professori Ponti, Fornari e Bruno, che decisero: nessun impulso irrefrenabile, nessuna traccia d'infermità mentale, nessuna psicosi, nessuna nervosi. Scrissero nella loro perizia: "Bergamo è giunto alla perversione estrema: l'omicidio per godimento. Dopo il primo assassinio ha scoperto che uccidendo appagava il suo piacere, e nello stesso tempo distruggeva l'oggetto temuto e odiato: la donna". Più avanti: "Per Bergamo, uccidere rappresentava ormai l'estrema perversione sadica, la modalità più forte per possedere la donna".
L'8 marzo del 1994, giornata della donna, Marco Bergamo viene condannato all'ergastolo per tutti i cinque casi che gli erano stati ascritti. Paolo Cagnan, giornalista del giornale "Alto Adige" gli scrive. Bergamo così risponde: "Io sottoscritto Bergamo Marco ho commesso solo tre omicidi e li ho confessati, gli omicidi Troger e Cipolletti li ha commessi una seconda persona potenzialmente più pericolosa di me". Con raro tempismo la RAI annuncia per la rubrica televisiva "Un giorno in pretura", in programma il 18 aprile, una serata dedicata al processo Bergamo. Lo stesso giorno il padre 72enne del pluriomicida, Renato, sale in soffitta e si impicca. Probabilmente, non ha retto alla vergogna.


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