Bolzano scomparsa


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Mario Barbato

Persone

AVANTI COI CARRI

Prima di aprire il suo studio a Bolzano, l'avvocato Mario Barbato aveva combattuto in Libia, ove comandava una compagnia di carri armati. Era tenente in servizio permanente effettivo, con funzioni superiori. Fu ferito e meritò una medaglia d'argento sul campo. Siamo nel 2010, ed ha molto da raccontare, l’avvocato Barbato. "La guerra è la bestialità più grossa, chi l'ha fatta lo sa!" E poi – sollecitato - si lascia andare ai ricordi. Ricordi lucidi e precisi, di uno degli ultimi testimoni di quegli anni ormai lontani. Il suo paese, Maddaloni, gli stava stretto e per uscirne scelse la vita militare. Accademia di Modena, a 24 anni viene trasferito in Africa con il grado di tenente. "Ero inquadrato nella divisione corazzata "Ariete", c'erano anche la "Trento" (motorizzata) e la "Littorio". La mia divisione era composta da un reggimento carri M13 e un reggimento di bersaglieri, se ben ricordo proprio quello, che allora era di stanza a Bolzano; inoltre, anche un gruppo di artiglieria da campagna. Il reggimento disponeva di cento carri da 13 tonnellate, non paragonabili a quelli inglesi. Basti dire che i nostri canforavano carri armati avversari fino a 800 metri, contro i 1.200 di quelli inglesi. Così agli inglesi bastava mantenere la distanza, per sovrastarci. Insuperabili anche per gli inglesi, comunque, i carri tedeschi”.
La compagnia comandata dal tenente Barbato era la terza del 9° battaglione, dotata di carri M13. I carri ai suoi ordini erano 16. Inoltre 16 autocarri Lancia 3RO, quattro moto per i collegamenti rapidi. Barbato aveva sotto di sé da 130 a 140 uomini, più cinque ufficiali. I suoi soldati erano tutti richiamati, scelti sopratutto tra i conducenti di bus e autocarri: "gente di primissimo ordine" sottolinea Barbato.
"Prendemmo posizione nel giugno del 1941 a El Rechili, a circa 200 km a est di Bengasi. Non era una guerra facile, perché era tutta un movimento, tutto un rincorrersi. Combattere nel deserto era come essere in mare, ci si spostava sempre. Non stavamo due giorni nello stesso posto. Di notte era molto freddo e si dormiva sul
terreno. Dopo un mese avevamo contro di noi inglesi, australiani e sudafricani. La divisione “Ariete” rientrava nell’Afrika Korps. Debbo dire che il generale Rommel era sempre presente, sempre sul campo; ho avuto con lui contatti frequenti. Fungeva da interprete un bolzanino di cui non ricordo il nome, alto di statura, che teneva un negozio di macchine da scrivere in via Roma”.
Ogni carro ospitava tre militari: il pilota, l'armiere e il capo-carro. I capi-carro erano volontari universitari inquadrati col grado di sergente. "Il mio capo-carro divenne in seguito magistrato presso il Tribunale di Brescia. Era gente di ferro. Ricordo che la nave che li trasportava in Africa per raggiungere la loro destinazione fu affondata. Coloro che si salvarono dal naufragio chiesero e ottennero di andare ugualmente a combattere. E ricordo anche quel gruppo di giovani fascisti dotati di artiglieria che incontrammo durante uno sganciamento. Non avevano mezzi che li potessero trasportare. Eravamo la retroguardia, gli inglesi incalzavano, dissi a quei giovani che li avremmo trasportati noi, anche se era vietato caricare persone sui carri. Non vollero lasciale armi, neanche disarmandole degli otturatori. Restarono lì, e non seppi mai che fine fecero. Io non ho mai fatto politica. Ho fatto solo il mio dovere e non le dico quanto mi sia pesata la fuga del Re, che era il punto di riferimento di noi ufficiali. Ma posso dire che i nostri soldati erano valorosi, privi però di mezzi adeguati e mal comandati. Almeno fino a quando non intervenne Rommel”. L'avv. Barbato sfoglia un suo grosso album di fotografie:ce n'è una che riproduce un soldato inglese morto nel suo carro. Un bel giovane, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta. "Ho perso tutto il mio primo plotone il primo giorno di combattimento (cinque carri e 30 uomini nella battaglia di Bir el Gobi). Fui ferito nel novembre del 1941, a seguito di un'azione volta a sgomberare reparti nemici che dividevano l'"Ariete" dalla "Trento".
Dopo la nostra preparazione d'artiglieria andammo all'attacco e fummo sorpresi da un fuoco di sbarramento di inattesa violenza: sparavano con pezzi da 90. Io ero sul mio carro, stando col capo fuori dal portellone, contro il regolamento, perché al chiuso non avrei avuto la possibilità di valutare l'azione in corso; oltretutto le radio che equipaggiavano i nostri carri si resero subito inservibili. Il mio carro fu colpito quattro volte, una scheggia mi si conficcò nel cranio. Fui ricoverato all'ospedale di Derna e quindi rimpatriato. Poi ripresi servizio, mi promossero capitano (a 25 anni!), ed ebbi il comando d'una compagnia d’addestramento”. E la medaglia d'argento ? "La ebbi sul campo per un'azione svolta a Bir El Gobi, 35 Km. a sud del caposaldo di Tobruk. Avevo fatto una trentina di prigionieri in circostanze particolari", si schernisce l'avv. Barbato.
E la professione di avvocato?
"Dopo la guerra mi laureai a Bologna, ed ora eccomi qua”.
E non è tutto. Il fratello Aldo, ufficiale, medaglia di bronzo, morì a Montelungo di Cassino nel novembre del ‘43. Aveva 22 anni, era sottotenente del nuovo esercito italiano.
Un terzo fratello, Luigi, inquadrato come ingegnere aeronautico, fu internato dai tedeschi per lavorare agli aerei “Messerschmidt”. Dopo la guerra ha proseguito negli Stati Uniti con la progettazione del “Tornado”, aereo del quale pertanto è stato uno dei padri.

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