Bolzano scomparsa


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Nella Mascagni

Personaggi 2

Chi abita in via Resia spesso non ama che venga citato il Lager nazista che vi si trovava. Era lì con i suoi orrori prima che lo abbattessero: torture e morti. Poi, nel dopoguerra, baracche quasi immonde ad uso di senzatetto disperati. Non fa piacere rendersi conto che si tratti di un'area maledetta, anche se tanto tempo è passato.
In quel Lager passarono in molti. Abbiamo scritto in passato delle torture inflitte all'avvocato ebreo Walter Loew-Cadonna, morto durante il suo successivo trasferimento in Germania ("Bolzano Scomparsa 2", pag.73, Ed. Praxis III) e di altri episodi venuti alla luce subito dopo la guerra, quando la Corte d'Assise di Bolzano s'interessò a torturatori ed assassini. Una testimone diretta di quegli orrori fu Nella Lilli Mascagni, staffetta partigiana, che sopravvisse e sposò nel dopoguerra Andrea Mascagni, di cui era zio il compositore Pietro Mascagni, e che fu eminente personalità politica altoatesina, al punto da essere eletto al Senato per il PCI. Nella Mascagni proveniva dalla provincia di Alessandria: aveva dovuto seguire suo nonno ferroviere destinato qui al confino, perché antifascista. S'era diplomata alle magistrali della nostra città nel 1940, poi era entrata nella Resistenza in Trentino accanto a quello che sarebbe diventato suo marito. Fu arrestata due volte: la prima nel 1944, ma fu rilasciata. La seconda volta nel 1945 e destinata al blocco celle del Lager, quello più duro. Più volte fu sottoposta ad interrogatori e pestaggi. Nella Mascagni nel 1975 ha rilasciato una lunga intervista ripresa dal sito www.deportati.it. La riprendiamo in parte qui di seguito:
"Quelle esperienze non si dimenticano, rivivono incessantemente in noi in ogni particolare, addirittura in ogni sfumatura (…). La fame più nera era fame anche qui, le torture a coloro che erano ritenuti più pericolosi o in grado di far conoscere notizie preziose per i nazisti, anche qui erano torture, efferate, indicibili. Mi viene a mente una poesia che Mario Tobino ha dedicato all'eroico Mario Pasi, giunto all'impiccagione, forse già morto per le feroci torture, il 10 mano 1945 a Belluno: Lo impiccarono - dice Tobino - dopo sevizie che non ho piacere si sappiano. Erano le sevizie che avevano fatto scrivere a Pasi, in un pezzo di carta che si conserva, "Compagni mandatemi del veleno, non resisto più". Anch'io non ho piacere che si sappiano quelle sevizie, non voglio ripeterle. Io sono stata solo picchiata, tante volte. Ma ricordo i compagni e le compagne delle celle che tornavano da interrogatori al Corpo d'armata sfiniti, tumefatti, incapaci di aprire bocca, persino di gemere. E ricordo la paura infinita, incontrollabile, paralizzante, troppo favorevolmente alimentata dallo stato di prostrazione totale, nient'altro che la conseguenza della fame. Una paura che si esaltava di una terribile componente psicologica: la imprevedibilità di quel che poteva avvenire, delle reazioni dei nostri aguzzini, capaci di divertirsi con le trovate estemporanee, le più impensate. Come non ricordare l'inventiva del maggiore Schiffer, capo della Gestapo, pronto a offrire una sigaretta, a fare un, complimento, a pestare di botte, a ordinare la tortura? Come non avere davanti agli occhi il biondo alto Stimpfl, SS aggregato alla Gestapo? Impossibile far uscire di mente i due criminali Otto e Mischa (SS ucraine, ndr), i quali agivano come padroni di vita e di morte sui confinati nel blocco delle celle. Rientravano di notte in preda agli effetti allucinanti dell'alcool, e per tutti noi erano incubi indicibili; poteva toccare ad ognuno di conoscere la loro violenza che si affidava al massiccio bastone o al nerbo di bue. Erano giovanissimi, Otto e Mischa, esseri asociali reclutati da precoci esperienze di perversione. Agivano di loro prevalente iniziativa, o erano facile strumento in mano di volontà più raffinatamente perverse? Come rispondere a domande di questo tipo, che allora, nello stato di angoscia in cui ci trovavamo, neppure ci si dava il caso di porre. Certo la criminalità non si esauriva nei due bestiali guardiani del blocco celle. E' sufficiente che io ricordi un episodio tra i tanti che mi si affollano nella mente: l'incontro sconvolgente che feci con Tea Palman di Trecchiana, in provincia di Belluno. Io ero stata trasferita nella sua cella il giorno dopo che Tea era rientrata al campo dopo alcuni giorni di permanenza nei sotterranei del Corpo d'armata: lunghi interrogatori e torture l'avevano ridotta in condizioni disperate; il suo corpo era stato martoriato dalle percosse. Feci del mio meglio per alleviare, più con il conforto che con altro, le sue sofferenze. Divenimmo amiche, ci confidammo le nostre esperienze di lotta. E come non ricordare le tristi condizioni di Quintino Corradini. Era stato ferito in uno scontro a fuoco a Molina di Fiemme. Soffriva indicibilmente per una gamba rotta. Era riuscito a fasciarla alla meglio. Null'altro era possibile per Quintino. Mi adoperai per giorni e giorni a sorreggerlo nei brevi periodi quotidiani di uscita all'aria aperta, ad aiutarlo come mi era possibile. "Fagioli" - questo il suo nome di battaglia - denuncia ancor oggi i segni di quelle ferite che si dovevano rimarginare solo per la giovane età. Avevo saputo che nel blocco celle qualche tempo prima del mio arrivo erano state uccise con getti d'acqua gelata (in pieno inverno) e con sevizie d'ogni genere madre e figlia ebree, di nome Voghera. Il giorno di Pasqua veniva finito con fredda ferocia un giovane friulano, Bortolo Pissuti, a cui Egidio Meneghetti doveva dedicare versi commossi: "No voi morir, no voi morir", aveva implorato per tre giorni Bortolo, "tri giorni l'à ciamado la so mama". Così ricorda il compagno dl campo Meneghetti, che la notte di Pasqua rammenta di aver udito "un sigo stofegado in rantolar" . "L'è Pasqua. De matina. E lu l'è en tera longo, tirado, duro come el giasso, ocio sbarado nella facia nera, nuda la pansa, co la carne in basso ingrumà de sangue rosegà. Nela pace de Pasqua tase tuti. Imobili, e nela cela nera tase el pianto del Bortolo Pissuti". Così, Egidio Meneghetti, che mi ha voluto bene come una figlia, al quale sono rimasta unita ed affezionata come ad un padre. Ricordo Dal Fabbro e Gilardi, sottoposti a torture che ancora una volta non voglio dire perché non ho piacere che si sappiano; (ricordo) Ada Buffulini, sempre calma, con tutti prodiga di cure; colui che doveva essere mio suocero che stava per essere ucciso perché nella indicibile confusione degli ultimi tempi era stato scambiato per l'uomo che doveva divenire a guerra finita mio marito (Nella Mascagni allude a Mario Mascagni, direttore del Conservatorio musicale di Bolzano, ndr). Ed ancora Senio Visentin, tanto forte di carattere, che avevo conosciuto, così volitivo nel comportamento di resistente; don Daniele Longhi, sereno al punto di saper pronunciare un pacato e rassicurante discorso da buon pastore il giorno in cui ci fecero ammassare dinanzi al blocco con le mitragliatrici puntate, e noi aspettavamo, senza più connettere, il momento fatale. Ed "Avio": nel corso di un'azione in Val di Fiemme era stato gravemente ferito, catturato, torturato. Avevano infierito nelle piaghe aperte del suo corpo, che doveva conservare la dura impronta della menomazione. Enrico Pedrotti, l'indimenticabile "Marco", composto e dignitoso, senza mai un cedimento. Longon non l'ho conosciuto. Sono entrata in campo dopo la sua uccisione, avvenuta il 31 dicembre 1944 nelle celle della Gestapo al Corpo d'armata (Manlio Longon fu strangolato, ndr); e ancora Mario Leoni, Aldo Pantozzi, l'avvocato Loew. Le mie impressioni, i miei ricordi sono carichi di tensione. L'angoscia e il terrore, che ho patito al campo, al blocco celle, sono stati duri, lancinanti. Questi ricordi si devono far conoscere soprattutto alle giovani generazioni. Non si deve dimenticare. Non sono controllata e distaccata come Ada Buffulini (che aveva preceduto Nella Mascagni nell'esposizione dei suoi ricordi, ndr). Per anni ho avuto incubi notturni di SS, di facce feroci della Gestapo, di maggiori Schiffer che bastonavano mentre le segretarie indifferenti fumavano. Non è stato possibile. Quando la mia mente va all'una o all'altra cella da me abitata, sento l'incubo indicibile del tre metri per uno e mezzo, quanto approssimativamente era la loro paurosa ristrettezza. Non potersi muovere, rimanere per ore e ore, di giorno, di notte, costretta in uno squallido giaciglio, col pensiero di ciò che sarebbe potuto accadere il giorno dopo, da un momento all'altro, con l'angoscia per le sofferenze di mia madre, di mio padre. Nel 1944 mi avevano presa e rinchiusa nelle carceri di Trento: ero stata certo male, avevo avuto paura, ma non ho conosciuto, nemmeno lontanamente, il clima allucinante del blocco celle".

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