Bolzano scomparsa


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Raffaele Sernesi

Personaggi 1

"Sernesi? E chi era costui?" Se lo chiedono sicuramente in tanti, quando alzando gli occhi leggono "via" o "piazza Sernesi", sulle rispettive targhe stradali. Raffaele Sernesi era un pittore macchiaiolo, garibaldino. E cosa c'entra con Bolzano? E' morto a Bolzano per una ferita di guerra subìta nelle Giudicarie, al seguito di Garibaldi, nel 1866. Ed è anche perciò che sul muro esterno di un edificio di via Leonardo da Vinci appare una lapide - con bassorilievo del suo ritratto - che ricorda il suo nome e la sua vicenda ("fiore geniale del Risorgimento, eroe garibaldino, pittore idillico"). La lapide è stata inaugurata, ma non lì, un po' in sordina sul finire dell'ottobre 1928, dopo che il Re aveva inaugurato il monumento alla Vittoria. Scrisse "La Provincia di Bolzano": "Coll'inaugurazione della lapide alla memoria del valoroso garibaldino fiorentino ebbe termine la serie delle cerimonie ufficiali, svoltesi in quella forma austera, quale la vuole lo stile nuovo del Fascismo innovatore del costume italiano, quale la vuole il nostro magnifico Duce, assertore di un'Italia fattiva e lontana da quell'Italietta parolaia ed inconcludente, spazzata via dalla travolgente ondata della Rivoluzione fascista". Ma a questo punto conviene fare un passo indietro, a quando nel 1928 la "Camerata degli Artisti Combattenti d'Italia" annunciò al presidente degli ex combattenti di Bolzano, ing. Guido Dorna, d'aver fatto realizzare la lapide dallo scultore Pietro Cendali, con epigrafe di Enrico Somarè (che sbagliò incolpevolmente la data del decesso: 11 agosto 1866, anzichè 9). Chiedevano, quelli della "Camerata", di rintracciare l'ospedale militare nel quale Sernesi era morto, perchè la lapide vi fosse murata. Dorna si diede da fare, ma non venne a capo di nulla: a metà Ottocento non v'era alcun ospedale militare, a Bolzano. Forse Sernesi, suggerì, era deceduto nei baraccamenti militari che si trovavano nella zona del foro boario (oggi piazza Verdi). E così si decise di apporre la lapide all'esterno di un edificio in fondo a via Isarco (n°11), costruito pressapoco in zona, ed oltretutto sede di associazioni combattentistiche. La soluzione non tornò convincente a P.Damiano Neri: fece con successo ricerche più approfondite che pubblicò in "Atesia Augusta" nel novembre 1939. Dai registri parrocchiali di Bolzano era riuscito ad appurare che Raffaele Sernesi era in realtà deceduto all'ospedale civile (costruito nel 1858) "per polmonite" (ma questa fu solo una complicazione insorta quando al garibaldino si stava per amputare una gamba). L'ospedale civile sorgeva allora proprio dove oggigiorno s'aprono la via e la piazza a lui dedicate, ma l'intitolazione a Sernesi avvenne solo nel secondo dopoguerra (sul finire degli anni Trenta la strada era intitolata al "XXVIII ottobre", marcia su Roma), così come solo nel secondo dopoguerra avvenne anche il trasferimento in via Leonardo da Vinci 9 della lapide, sopravvissuta alla distruzione per bombe dell'edificio sul quale era stata murata. Ma P.Damiano Neri riuscì ad andare anche più in là ed identificò il posto dove Sernesi era stato inumato: il cimitero militare di San Giacomo. Scoprì - cosa da me verificata - che all'interno della cappelletta gotica che sorge al centro del cimitero, sulla parete di sinistra, appare una lapide con i nomi di 88 militari deceduti nelle campagne risorgimentali 1859 e 1866. Di questi, sei sono nomi di italiani, e vi figura anche "Sernesi Rafael - Kriegsgefangener", prigioniero di guerra. P. Damiano Neri non riuscì di andare oltre: il passo ulteriore è stato fatto da me. Ho cercato il nome di Sernesi tra le tante croci (ci sono anche delle mezzelune: soldati austroungarici di origine bosniaca evidentemente), senza trovarlo. I morti di quelle lontane guerre risorgimentali non sono più lì? E' stato il custode del cimitero che mi ha dato una mano indicandomi una grande croce in legno, sulla quale appare la scritta: "Für die gefallenen Krieger - 1866" (per i combattenti caduti - 1866). E' l'ossario che raccoglie i resti dei militari caduti nella guerra del 1866. Quel che rimane di Raffaele Sernesi si trova lì sotto.
Qualche nota, su questo macchiaiolo (le fonti indicano indifferentemente Raffaele e Raffaello) caduto al seguito di Garibaldi. Era nato a Firenze il 29 dicembre del 1838: aveva pertanto 27 anni quando morì. Ultimo di una nidiata di cinque figli, come scrive "Atesia Augusta" "era stato discepolo di A. Ciseri, come molti altri valorosi artisti fiorentini di quel tempo. Da lui il Sernesi apprese a perfezionare l'arte del disegno ed ebbe, anche più del maestro, una profonda avversione a tutto ciò che sapeva di accademico e di convenzionale. Insieme al Signorini, al Cecioni, al De Nittis, al Borrani e ad altri ingegni acuti ed irrequieti, si dette con ardore alla ricerca di vie nuove e di nuove forme di bellezze, e fu tra i primi macchiaiuoli". Animato di spirito patriottico volle partire volontario per la guerra del 1859, ma la madre glielo impedì: era già partito un suo fratello maggiore. Nel 1866 accolse l'appello di Garibaldi e fuggì di casa con altri 500 toscani. Furono diretti a Bari, dal momento che era previsto uno sbarco a Trieste, ma poi i piani subirono una modifica. I garibaldini risalirono in treno la penisola e giunsero a Desenzano a fine giugno, addentrandosi poi nel Trentino austro-ungarico. Garibaldi, leggermente ferito, stabilì il suo quartier generale a Storo, i garibaldini furono lanciati verso Condino, ma - disattendendo gli ordini del generale - chi li comandava non s'assicurò il possesso delle cime, addentrandosi imprudentemente lungo la valle. I garibaldini finirono così sotto il fuoco degli austroungarici, e fu in quella occasione che Raffaele Sernesi fu ferito. Fu medicato forse all'ospedaletto di Pieve di Bono e poi trasportato a Trento e quindi a Bolzano, dato che le sue condizioni non apparivano inizialmente gravi. Ma sopravvenne la setticemia, i medici gli proposero l'amputazione dell'arto, Sernesi inizialmente rifiutò. Ma quando si manifestarono la cancrena prima, la polmonite poi, ogni intervento operatorio si rivelò inutile e il giovane macchiaiolo fiorentino morì.


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