Bolzano scomparsa


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Richard Reitsamer

Persone

"NON COMBATTO PER HITLER"

RICHARD REITSAMER

L'11 luglio del 1944 veniva fucilato a Bolzano Richard Reitsamer: in quanto cattolico, s'era rifiutato di arruolarsi nell'esercito di Hitler. Condannato, si rifiutò di chiedere la grazia. La notizia della sua condanna da parte del tribunale speciale ("Sondergericht") di Bolzano, che aveva competenza sull'intero Alpenvorland (la zona d'operazione delle Prealpi, che comprendeva le province di Bolzano, Belluno e Trento) venne data l'8 luglio, ma la sentenza è di quattro giorni prima, e venne decisa in villa Brigl, sita in via Diaz, ove il tribunale teneva le sue udienze e dove ebbe poi sede la S.V.P.. Insieme a Richard Reitsamer vennero condannati a morte per renitenza i badioti Siegfried Dapunt e Paul Mischi. Il "Bozner Tagblatt", nazista, scrisse che i tre s'erano sottratti al servizio militare "in parte sulla base di scuse ridicole"("Lächerliche Ausreden"). La condanna doveva "valere come avvertimento, chi si oppone agli ordini delle autorità germaniche, rischia la morte". Salisburghese di origine ma meranese di adozione, Reitsamer era uno tra i maggiori di 13 fratelli, sette dei quali morirono già in tenera età. Nel 1920, quando Richard aveva 19 anni, morì anche la madre. Suo padre faceva il compositore in una tipografia, i fratelli riuscirono tutti nel tempo a impiegarsi, il solo Richard restò spiazzato, e dovette lavorare come servo agricolo. Infatti durante la prima guerra mondiale si soffriva la fame: l'affidamento ad un contadino assicurava al giovane vitto e alloggio, e alleviava la famiglia Reitsamer di una bocca. Di maso in maso, il giovane finì anche in Svizzera, dove i suoi sentimenti religiosi furono affinati da un pastore evangelico. Al suo rientro in Italia fu arruolato per la guerra d'Abissinia. Ci fu il momento delle opzioni e, sebbene tutti i suoi fratelli avessero optato per la Germania, Richard preferì restare in Italia. Venne il 1940 e fu richiamato nel regio Esercito, dal quale fu dimesso poco dopo, pare per ricorrenti dolori alla schiena. S'impiegò così nel maso Trenkwalder, a Monte San Zeno, sopra Merano. Dopo l'8 settembre 1943 l'Alto Adige cadde sotto l'amministrazione germanica e a Richard Reitsamer fu fatta pervenire la cartolina-precetto, ma questa volta non si presentò. Fu arrestato. Il suo caso non parve facile, perché Richard reiterò la sua decisione di non voler servire nell'esercito di Hitler. Sosteneva che il Papa aveva detto che con la pace si poteva guadagnare tutto, con la guerra invece c'era tutto da perdere: tanto gli bastava. Il suo fratello Leo s'interessò al suo caso, ma Richard non si lasciò convincere. Don Josef Innerhofer in "Südtiroler Blutzeugen" (Athesia, 1985) scrisse anche dell'interessamento dell'avvocato Luis Sand, futuro senatore della S.V.P., che gli prospettò la serietà della situazione. La risposta fu: "Lo so che m'attende certamente una condanna a morte, ma come cattolico credente io non combatto per Hitler".
Reitsamer apparve di fronte al tribunale speciale nazista e fu condannato a morte. Rifiutò inoltre di chiedere la grazia. A questo punto nella narrazione della sua vicenda entra don Giovanni Niccolli, all'epoca cappellano dei detenuti, che nelle sue "Testimonianze dal carcere" (Provincia autonoma, 1981) scrive: "verso le 18 del giorno 10 luglio (1944) una telefonata del Tribunale Speciale mi avverte che la mattina seguente ci sarebbe stata l'esecuzione di tre condannati a morte (oltre al Reitsamer, anche i badioti Paolo Mischi e Sigfrido Dapunt, ugualmente per renitenza: ndr) e che verso le 21 dovevo trovarmi al confortatoio nei locali del vecchio Municipio per assistere, come al solito, i tre condannati durante la notte ed accompagnarli poi al luogo dell'esecuzione. Io mi porto subito al Tribunale Speciale dal procuratore dott. Seiler per intercedere la grazia. chiedo se intendessero fare di Bolzano un macello, tre il giorno 7, alti tre domani 11, faccio conoscere la penosa impressione che farebbero sulla popolazione queste frequenti esecuzioni". Don Niccolli aveva buoni rapporti con il procuratore di stato nazista ("Staatsanwalt") che alle insistenze del prete risponde: "Ormai tutto è preparato: plotone di esecuzione, bare, fosse, tutto è in ordine, ci vorrebbe un miracolo". "Che venga il miracolo", ribatte don Niccolli, che subito dopo raggiunge i tre condannati, per consolarli e pregare con loro. E nella notte il miracolo avviene: Mischi e Dapunt vengono graziati (solo 7 anni di carcere) ma non il Reitsamer, dato che s'era rifiutato in precedenza di firmare la domanda di grazia. Viene il giorno, don Niccolli sale in auto con Reitsamer, in continua preghiera. Lì "mentre due soldati lo prendono sotto le braccia per portarlo e legarlo al palo, egli fatti due passi si divincola, ritorna presso di me, bacia le mani al sacerdote e poi con un sorriso va a compiere il suo sacrificio. Io resto al mio posto continuando la preghiera di raccomandazione dell'anima. Pochi istanti dopo, una scarica e un nuovo martire sale al cielo". Cos'era avvenuto, nella notte? Fu lo stesso magistrato germanico a raccontarlo a don Niccolli. Toccato dalle parole del prete, Seiler andò a cena al Grifone dove incontrò il giudice del tribunale, dal quale apprese che l'inflessibile Gauleiter Franz Hofer era assente, e lo sostituiva il dott. Strizel. Presentasse a lui la domanda di grazia. Seiler torna a villa Brigl, trova i moduli delle domande di grazia presentate da don Niccolli, le porta al dott. Strizel che alle una di notte firma per Mischi e Dapunt. Niente da fare per Richard Reitsamer, che alla grazia s'era opposto.
A guerra conclusa il procuratore nazista Seiler scrisse a don Niccolli una lunga lettera
datata 8 maggio 1945, villa Brigl, con la quale lo ringraziava della collaborazione: "Se è stato possibile, malgrado tutto, di salvare così tante persone, questo è in prima linea inconfutabilmente merito suo".

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