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Ulderico Giovacchini

Personaggi 1

UN MACCHIAIOLO A BOLZANO

autoritratto


Sfogliando i giornali di Bolzano dagli anni Venti ai Sessanta, s’incontra frequentemente la citazione di un pittore toscano che ha vissuto a lungo, e concluso la sua vita, nella nostra città: Ulderico Giovacchini. Personalmente lo ricordo quando l’incontravo mentre, con passo lento e misurato, si dirigeva alla volta del suo studio, in via Leonardo da Vinci. Alto, imponente, un Borsalino in testa, un cappottone grigio, una sciarpa verde, il sigaro in bocca. M’incuteva soggezione, anche perché l’avevo visto fare il ritratto a mia madre quand’avevo cinque anni, e m’era sembrato di assistere ad un miracolo. Sono tornato ad incontrarlo sulle pagine della
Provincia di Bolzano, da quando il quotidiano apparve nelle edicole altoatesine (1927), in occasione delle sue mostre. Ma la prima citazione in assoluto è del 1924, quando espose in una sua personale (“Elenco delle opere dell’esposizione personale d’arte del pittore Ulderico Giovacchini”, Bolzano) e partecipò quindi alla seconda “Mostra d’arte della Venezia Tridentina”, definita all’epoca anche “Biennale di Bolzano” (Gabriella Belli: “Ars Nostra”: esposizioni d’arte in Trentino – Alto Adige dal 1922 al 1942”). Si legge nell’Archivio dell’Alto Adige (di Ettore Tolomei, il maggior promotore delle “Biennali”) che la collettiva del ’24 stupisce “per la vivacità delle proposte, aperte a un sincero confronto con i linguaggi internazionali”. La mostra, “destinata ad affratellare gli artisti allogeni con i trentini”, vede la partecipazione di oltre settanta artisti con quasi duecento opere. Fra i “quadri ammirati” si cita, tra “i paesaggi del Giovacchini” un ”Inverno nel Trentino”. Da sottolineare che per la Biennale successiva il critico Carlo Belli nel Trentino (agosto 1926) stronca invece tutta la produzione esposta salvando solo un quadro di Giovacchini: Cleopatra. “Vuole essere una delle opere più notevoli (...) perché, oltre ad esprimere una lodevolissima serietà di intenti, esclude nel modo più assoluto tutto ciò che è simbolismo, piatto illustrazionismo e decorazione”. Da allora, le sue citazioni sulla stampa locale, e non solo, sono frequenti, anche perché Giovacchini era molto attivo, e non mancava all’appuntamento annuale prenatalizio, spesso nel ridotto del teatro civico, poi intitolato a Verdi.
Venendo alla sua biografia, Ulderico Giovacchini (all’anagrafe Ulderigo Carlo Norberto) nasce a Firenze il primo gennaio 1890. Il padre ne vuole fare un ragioniere (“
se non sei ragioniere, non hai di che vivere”) e il giovane Ulderico consegue il diploma, dopodiché però, con l’assenso paterno, s’iscrive all’Accademia di Firenze. Il suo primo maestro è Pompeo Massoni (1850-1920): il giovane Ulderico entra così in contatto con gli ultimi macchiaioli. Apprende l’arte ma mentre dipinge – e questa è una parentesi del tutto inedita della sua vita (l’abbiamo appresa dalla voce di sua figlia Alma) – segue anche il desiderio della madre, che gli indica la vita militare. Scoppia la guerra, Giovacchini parte volontario (cosa che un domani gli precluderà la pensione!). Si comporta bene, tant’è vero che merita due medaglie d’argento e tre di bronzo. Le motivazioni delle due medaglie d’argento sono particolarmente interessanti, specialmente la prima, che ci dice di un Giovacchini impegnato nel contenimento della rotta di Caporetto: “Comandante di un battaglione destinato a copertura di colonne in ripiegamento, dava prova di calma e tenacia ammirevoli, ottenendo dai suoi dipendenti valide successive resistenze per 15 giorni consecutivi, nonostante le perdite, ripiegando solamente in seguito ad ordine, e sfuggendo alle serie minacce nemiche ai fianchi e talvolta anche alle spalle” (località varie tra il 25/10 e il’8/11/1917). Di diverso tenore la motivazione della medaglia d’argento successiva: “Guidò arditamente il suo battaglione all’assalto di ben munite trincee nemiche e con eroica tenacia tentò di raggiungere l’obiettivo assegnatogli, pronto a morire piuttosto che ritirarsi, esempio a tutti di indomito valore e di sereno sprezzo del pericolo nell’adempimento del dovere” (Monte Val Bella 28/29 gennaio 1918). E’ questo il Giovacchini che i primissimi del novembre 1918 entra in Bolzano da maggiore con i suoi bersaglieri, s’innamora della città, lascia alle spalle un precedente matrimonio non riuscito (lei aveva dieci anni più di lui), abbandona la divisa, erige Bolzano a sua residenza, torna a dedicarsi definitivamente alla pittura e sposa la signorina Ottilia Edle von Layendorf, figlia di un colonnello austro-ungarico che aveva sposato, a sua volta, la figlia di un generale germanico. E nasce la piccola Alma (sarà seguita da un fratello), insolita commistione di ufficiali che avevano militato al soldo degli Hohenzollern, degli Asburgo e dei Savoia. Cosa che, direbbe qualcuno, solo in Alto Adige poteva succedere.
Tornando alla sua carriera artistica, dagli anni Venti è tutto un succedersi di mostre personali e collettive, anche a Monaco, Lipsia, Padova e Milano. Sono paesaggi montani, marine, fiori e moltissimi ritratti che figurano in tante case-bene, non solo di Bolzano. Incontrare un suo quadro in un ufficio pubblico è cosa frequente, ed è facile riconoscere la sua pennellata da macchiaiolo, i suoi soggetti. “
Guardi questi rossi – dice orgogliosa sua figlia Alma - se li faceva lui. Non era come oggi, che un pittore i colori se li trova in commercio in tutte le gamme. Gli effetti che voleva, li costruiva lui”. Nel ridotto del teatro civico le sue mostre annuali dell’anteguerra, poi soprattutto nella sala capitolare dei Domenicani. E’ il 1965 e si prepara all’ennesima mostra natalizia, quando il 21 novembre il pittore in pochi giorni scompare. La mostra, estremo omaggio, ha luogo ugualmente, ma il maestro non c’è più a squadrare con occhio severo il visitatore, toscano in bocca. Negli anni i suoi quadri in qualche altra occasione sono riapparsi, e in particolare a Castel Mareccio nel novembre 1997, per l’iniziativa di chi scrive queste righe e col contributo della Provincia autonoma. La vastissima produzione di Ulderico Giovacchini resta comunque a ricordarlo alle pareti di numerosi ambienti, in attesa che qualcun altro si prenda l’iniziativa di riesumarla per un’ulteriore omaggio a questo cantore del bello, e ad edificazione e gratificazione dei tanti che riconoscono e ammirano la sua pennellata, nonché dei tanti che – non conoscendola ancora – si stupirebbero.


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