Bolzano scomparsa


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Un ragazzo di Salò

Persone

GIGI COLOMBO

Gigi Colombo, all'anagrafe Luigi, nel 1943 dovette interrompere gli studi. L'Italia era ormai devastata dai bombardamenti alleati e la sua scuola fu chiusa. Studiava al regio Istituto tecnico commerciale, che per i bombardamenti cessò la sua attività a Bolzano per trasferirsi a Merano. Il padre faceva difficoltà ad affrontare le spese di questo disagio e così Gigi andò a lavorare al "Magnesio". Il direttore amministrativo dello stabilimento era Manlio Longon, che aderì alla Resistenza e sarebbe stato ucciso nelle cantine del Corpo d'Armata dalla polizia tedesca comandata dal maggiore SS Schiffer, successivamente impiccato nel 1945 dagli americani a Livorno. Ma questa è un'altra storia.
Gigi Colombo, tuttora vivente (2011), all'epoca aveva 17 anni: era un'età pericolosa perché la Germania aveva costituito l'Alpenvorland, del quale oltre alle province di Trento e Belluno faceva parte anche l'Alto Adige. E così i giovani venivano arruolati nell'esercito di Hitler. Oltretutto era giunto il momento in cui le forze armate tedesche, quasi dissanguate, stavano raspando il fondo per arruolare sempre nuovi soldati. Ormai anche i diciassettenni andavano bene. Tra un anno si sarebbe mobilitato anche il "Volkssturm", comprendente addirittura ragazzi di 16 anni. Gigi fu convocato per la visita medica alla caserma Vittorio Veneto (9/12/1943, Bolzano era stata bombardata per la prima volta sette giorni prima), fu dichiarato abile e destinato alle SS con arruolamento immediato ad Innsbruck. Ma lui prese il treno e si recò a Verona, dove gli era giunta voce che si stava costituendo l'esercito della neonata Repubblica sociale italiana. E si presentò: avrebbe combattuto insieme ad italiani.
Come tantissimi giovani, Colombo era cresciuto in un clima di esaltazione fascista. Era stato figlio della lupa, poi balilla, avanguardista. Aveva visto il volto del Duce rifulgere in centinaia di fotografie, giornali, pitture, sculture. Nella scuola gli erano stati inculcati valori in qualche misura oggi desueti, o quantomeno non esaltati come allora, come l'amor di Patria, la disciplina, l'ordine, il senso dell'onore, l'ammirazione per il "Capo". Aveva fatta sua l'ideologia fascista. "Eravamo tutti così, fascisti convinti, anche quelli che poi avrebbero fatto un giro a 360 gradi e sarebbero passati alla sinistra, al comunismo, fino a farvi carriera. Vuole dei nomi?"
Lasci perdere - lo interrompo - li so.
"Io ci credevo e tuttora penso d'avere fatto bene. Bisogna essere coerenti. Non si può cambiare da un giorno all'altro. Per non entrare nelle SS mi sono presentato a Verona e mi sono trovato su un camion diretto a Trieste, arruolato nel gruppo 'Mai Morti', agli ordini del maggiore Fumai. Poi ad Abbazia, a fare in camion la spola lungo la statale, per tenerla libera, e i titini ci sparavano addosso. Era una guerra sporca, fatta di agguati, morti, dispersi. E' stato tremendo, noi invece volevamo andare al fronte per combattere a viso aperto. Ci trasferirono alla Spezia, dove il principe Valerio Junio Borghese stava costituendo la X MAS."
La X MAS esisteva anche in precedenza, ma era un reparto segreto della marina. Il termine X ('decima') le derivava dalla 'X Legio', la legione preferita da Giulio Cesare. MAS significava "Marina anti-sommergibile" (D'Annunzio le donò il motto "Memento Audere Semper", ricordati di osare sempre). Era la marina dei barchini, dei siluri umani, dei cosiddetti 'maiali' che s'insinuavano sott'acqua nei porti nemici per farvi saltare in aria le navi. Dopo l'8 settembre il reparto seguì in parte le sorti dell'esercito di Badoglio (furono incursori badogliani che a La Spezia fecero saltare in aria l'incrociatore Bolzano, caduto in mano ai tedeschi). Al nord la Decima assunse caratteristiche terrestri, anche se i suoi soldati continuavano ad essere definiti 'marò'. "Dalla Spezia andammo ad Ivrea, per essere impegnati nella lotta antipartigiana. Io comandavo un plotone di esploratori, 14 ragazzi tutti sotto i vent'anni. Fummo a Ceresole Reale, nel Gran Paradiso.... Marce che ci distruggevano, a volte crollavo dalla stanchezza, ricordo quando durante uno scontro a fuoco mi addormentai dietro ad un masso. Mi accadde un altro episodio incredibile: avevo raggranellato una ventina di uova, preziosissime. Mi addormentai in un ricovero con le uova vicine, quando mi svegliai non c'erano più. A distanza di anni scoprimmo insieme chi era stato il ladro: un bolzanino, Oscar Tessadri, arruolato in un reparto di "Alpenjäger" di passaggio, che mi raccontò di quel suo furto senza immaginare che il ragazzo che dormiva vicino alle uova ero io. Oscar si arruolò poi nella Folgore". Finalmente ai marò della Decima si concesse di impegnarsi sul fronte e fu a Gorizia. "Tito voleva impadronirsi di Gorizia e Trieste e tentò una manovra a tenaglia, ma noi ci opponemmo. Il più brutto episodio accadde però al Monte Santo. Ci fu una sera che giocammo a poker, fui fortunatissimo. Poi vennero i titini, ci fu una strage: eravamo una novantina abbondante, la mattina alle 9 l'unico sopravvissuto del mio reparto ero io. Comunque il IX Korpus di Tito non riuscì a passare, anche perché intervennero ad aiutarci i tedeschi, che disponevano di un gigantesco carro armato sovietico, preda bellica, un T 34".
Mi sfugge la domanda cretina e gli chiedo se non abbia mai ucciso nessuno: "In quelle circostanze a chi càpita, càpita. E poi i titini i loro morti se li portavano via. Comunque, mi comportai sempre onorevolmente. E quando a Thiene ci arrendemmo, i partigiani ci concessero l'onore delle armi".


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